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VIDEO PRESENTATO ALL'INAUGURAZIONE



 



Testi catalogo editi da Edizioni PAPARO



 
OTIUM NON NEGOTIUM!


L’associazione TempoLibero, attiva  da undici anni, ha nel suo Statuto fondativo una finalità importante: offrire ai soci e a quanti le si avvicinano momenti di “ozio creativo”, il tempo libero in cui realizzare quell’otium che da sempre si contrappone al negotium,  il tempo libero che fa da antitesi al tempo del lavoro, degli obblighi, dei doveri. E che, si badi bene, non significa inattività o banale svago.Obiettivo semplice? Solo apparentemente. Un’associazione come TempoLibero non è un’attività lucrativa né può darsi altri scopi, divenire altro da quello che è, creare lavoro o opportunità di guadagno. Può solo offrire ai propri soci qualche “occasione”, (intesa alla maniera di Eugenio Montale). Per qualcuno dei nostri,  questo obiettivo è stato raggiunto;  si è riusciti ad indirizzare persone verso le proprie passioni, verso quel fare che – pur molto amato – non è parte della consueta giornata di ciascuno.  C’è chi si è dedicato a progettare allestimenti per le nostre mostre, chi ha coltivato la passione per la lettura proponendo agli altri sue riflessioni e spunti; chi ha dato vita a progetti con finalità sociali, c’è chi – giovanissimo - ha imparato il tricot dei tempi andati e chi, si è fatto coraggio e ha esposto un suo lavoro al fianco di artisti accreditati. Ancora, c’è chi ha promosso la sua passione per il cinema creando un premio divenuto un appuntamento atteso tra gli appassionati. Sempre all’insegna del dono, del fare disinteressato. E c’è  Nando Calabrese.   Nell’ambito dell’associazione ha avuto modo di praticare e sviluppare la sua inclinazione per la fotografia, è stato coinvolto ad immortalare le svariate mostre artistiche, gli eventi culturali, la vita stessa del sodalizio di cui ha sempre curato anche il sito web. Questa consuetudine lo ha portato ad avvicinarsi sempre più al mondo dell’arte, ai suoi riti, all’emozione di un vernissage, alla soddisfazione per un allestimento ben costruito o per il successo di una giovane proposta. I suoi scatti hanno documentato, raccontato, illustrato tanti eventi, lui è divenuto una “presenza” discreta ma costante in tanta vita artistica napoletana. Per l’associazione TempoLibero è stato naturale, ad un certo punto, proporli una di realizzare una “sua” mostra, affidargli il compito di sviluppare un progetto e  sottoporlo all’approvazione del Comune di Napoli per ottenere uno spazio espositivo prestigioso come il Palazzo delle Arti, il mitico Pan in cui tanti suoi scatti avevano preso vita.“L’arte e la città” è tutto questo: un’esperienza che viene da lontano, da una lunga pratica, da una passione di vecchia data che ha preso forma nell’ambito di un’associazione la cui vocazione principale è indurre i soci a godere “il lusso di una pausa”,  il lusso di coltivare se stessi, di perfezionare ciò che si ama fare e farlo divenire occasione di crescita e di felicità. Alla realizzazione dell’ambiziosa idea - raccontare le bellezze della città e inserire in esse immagini di artisti e di arte -  ha collaborato, con la sua indiscussa competenza, Sergio Attanasio, architetto studioso dei palazzi napoletani che ha assunto il fondamentale compito di selezionare gli spazi da fotografare incontrando la sensibilità e l’obiettivo fotografico di Nando Calabrese il quale, di volta in volta, ha scelto gli artisti che vedeva meglio inseriti in quei luoghi. Ne risulta una mostra originale, poliedrica, godibile in cui molti ritroveranno luoghi, volti, immagini care.


Clorinda Irace, Presidente associazione TempoLibero

 

 
UNA PASSEGGIATA TRA I PALAZZI STORICI DELLA CITTÀ
 
I palazzi di Napoli, testimonianza della storia della città nei secoli, conservano ancora, nonostante il passare del tempo e le offese ricevute dall’uomo, tesori d’arte e di architettura tutti da scoprire. Continue sono le spoliazioni e i furti, maldestre le ristrutturazioni di appartamenti e gli impianti delle utenze domestiche che deturpano cornici di pietra e stucchi, affreschi di interni, scale, cortili e facciate. Nelle loro mura hanno vissuto artisti , poeti, scrittori, musicisti, uomini di stato, donne bellissime e intriganti, valorosi condottieri. Portali d’ingresso maestosi, cortili e scaloni scenografici, facciate solenni e capricciose, interni misteriosi ed opulenti, un tempo ricchi di antiche collezioni d’arte, ambienti da Wunderkammer, questo è il palazzo, luogo di vicende gioiose e tristi, storie e leggende napoletane che si intrecciano tra plebe, nobiltà e borghesia in una scena variopinta e invisibile nel teatro della città . Tracciare una storia dei palazzi e delle loro vicende è narrare la storia vissuta della città e degli eventi gloriosi e oscuri. Questi sono alcuni aspetti che sottintende questa mostra nata dalla sensibilità non comune di Nando Calabrese; opere d’arte e artisti fotografati in antiche dimore napoletane da me selezionate per l’occasione, e che si spera un giorno di vedere restaurate con la partecipazione dei cittadini e delle Istituzioni. Attraverso questa mostra ci si propone di diffonderne sempre più la conoscenza per sensibilizzare gli abitanti e farle amare da tutti. Dalle originali foto di Nando Calabrese vengono fuori 30 fotogrammi di palazzi di città. Luoghi che permettono di osservare la città da Oriente a Occidente con le sue diverse identità di città storicamente aperta alle contaminazioni, al dialogo ed al pacifico confronto tra i popoli. Un viaggio tra le dimore storiche della città accompagnati dagli artisti con una loro opera, nei quartieri di Chiaja, del Centro storico, di via Toledo, di Pizzofalcone, della Sanità e della Stella, di Capodimonte fin sul Vomero attraverso l’Infrascata. Le scale di tutte le fogge da quelle circolari a quelle ellittiche, ad ali di falco, i cortili quadrati, circolari, ottagonali , i portali di tutte le fogge con cornici, colonne e armi in marmo e piperno, le scuderie e le cantine, le facciate con finestre o porticati, gli interni con le belle gallerie, i simboli ricorrenti, dalla testa di cavallo ( protome Carafa) alla Marianna ( a Cap’ e Napule), dall’orso dei duchi di Gravina, all’aquila dei Doria d’Angri e così continuando. Il nostro viaggio inizia da Pizzofalcone, qui nacque Parthenope nel terzo quarto dell’VIII secolo a.C.: essa includeva il territorio compreso tra l’isolotto di Megaride e la collina, primo nucleo della città di Napoli e in via Monte di Dio ci soffermiamo su palazzo Serra di Cassano. Eretto nella prima metà del XVIII secolo da Ferdinando Sanfelice che, in quegli anni, lavorava alla vicina chiesa della Nunziatella. Di particolare interesse risulta essere lo scalone monumentale, imponente e suggestivo, dove il contrasto del grigio del piperno e del marmo bianco ne caratterizza la struttura. Il piano nobile è sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, fondato nel 1975, da Gerardo Marotta e dalla relativa biblioteca, che dispone di oltre 160.000 volumi.Da Pizzofalcone possiamo recarci verso il centro città attraverso la via Toledo e dopo aver percorso una buona parte e incontrato prima palazzo Zevallos e poi molti altri palazzi nobiliari, in lontananza si scorge il palazzo del marchese Emanuele Mastellone in piazza Carità opera settecentesca di Niccolò Tagliacozzi Canale, che vanta come inquilina nel 1799 la patriota napoletana Luigia Sanfelice. Notevole il portale in marmo e piperno di Nicola Ghetti e la scenografica scala a rampe simmetriche. A breve distanza sulla via Toledo nella piazzadello Spirito Santo oggi VII settembre il palazzo dei Doria d’Angri commissionato a metà Settecento dal principe Marcantonio Doria a Luigi Vanvitelli. Famoso anche per aver ospitato Garibaldi al suo ingresso a Napoli nel 1860 e anche tra le sue mura l’ultima opera, la Sant’Orsola, realizzata dal Caravaggio, oggi a palazzo Zevallos. Proseguendo ancora su via Toledo incontriamo palazzo Ruffo di Bagnara in piazza Dante con il bel portale in piperno opera seicentesca di Carlo Fontana, ristrutturato nel 1842 dal principe di S. Antimo Vincenzo Ruffo, grande collezionista di opere d’arte, del quale si conserva un ritratto del Dubufe con la famiglia al museo di San Martino che fa coppia con il ritratto della moglie Sara Strakan di Hayez. Siamo oramai in vista del Museo Archeologico e da qui l’itinerario segue due direzioni quella verso il Vomero attraverso l’antica via dell’Infrascata, oggi via Salvator Rosa, con il palazzo dove abitò Fausto Nicolini e più avanti dove la strada si biforca il palazzo del chiostro piccolo seicentesco del SS. Sacramento adiacente alla chiesa voluta da Gaspare Roomer di S. Maria Maddalena de Pazzis. Sulla strada per il Vomero in via Girolamo Santacroce la villa dell’Abete con il bel giardino e la cappella gentilizia settecentesca. Con una breve deviazione giungiamo al Corso Vittoro Emanuele dove incontriamo l’ampia mole della facciata con due portali e stemma di Palazzo Montemiletto ristrutturato da Leonardo di Tocco nel 1728 e ancora ampliato in seguito all’apertura nel 1853 del Corso Maria Teresa(poi C.V.E.) dal pronipote Francesco di Tocco Cantelmo Stuart, nel 1874. Salendo fin su al Vecchio Vomero giungiamo alla seicentesca villa Belvedere opera dell’architetto certosino Bonaventura Presti, autore del bellissimo pavimento della chiesa della certosa di San Martino. La villa passata dal primo proprietario Ferdinand Vandeneynden, che la fece decorare dal suo amico Luca Giordano, ai Carafa di Belvedere assunse l’attuale denominazione. La terrazza giardino prospiciente la facciata gode di un panorama della città degno del nome. La direzione verso Capodimonte ci fa incontrare sulla strada di S.Teresa degli scalzi il palazzo Albertini di Cimitile opera settecentesca dell’architetto Astarita allievo del Sanfelice, un tempo degli Acquaviva d’Atri, con il suo ampio giardino e la sua architettura monumentale. Continuando possiamo decidere di deviare verso la Stella dove incontriamo il palazzo dei Cattaneo principi di Sannicandro, fondato nel ‘500 da Marzio Carafa nipote di Diomede duca di Maddaloni, passato poi nel Seicento a Gaspare Roomer. Il maggiore splendore lo raggiunse proprio con Baldassarre che fece decorare gli interni dal Solimena. Famosa e splendida la tela che ricopriva il soffitto della Galleria che rappresentava le virtù del proprietario, oggi a Parigi nel salone del palazzo De Noailles oggi sede del museo Baccarat. Siamo oramai a due passi dal rione Sanità e come non visitare i palazzi del Sanfelice. Nella piazza dei Vergini il palazzo dello Spagnuolo appartenuto ai Moscati marchesi di Poppano e concepito a quattro mani da Ferdinando con l’architetto Francesco Attanasio, Primario dei tavolari del Sacro Regio Consiglio e l’altro nella via della Sanità, denominato palazzo Sanfelice ove risiedeva la famiglia del grande architetto famoso per l’estrosità delle sue architetture scenografiche. Entrambi dotati di due splendide scale prospettanti sul cortile con arcate e rampanti arricchiti da stucchi nei ballatoi caratteristiche del Settecento napoletano. Continuando poi in direzione di Capodimonte, prima di affrontare il tratto in salita del tondo di Capodimonte, incontriamo il palazzo de Liguoro poi Santoro originale per la scala ovale, veramente insolita tra le architetture barocche. Si trova in un vano circolare scavato nel tufo. Salendo la luce aumenta, finchè si raggiunge un pianerottolo circolare, con colonne di tipo tuscanico in pietra, che da l’accesso a un piccolo giardino da cui si gode un vasto panorama sulla Sanità. Una lapide all’ingresso data il completamento del restauro al 1746. Dai borghi ci rechiamo quindi nella Napoli greco-romana passando per via Costantinopoli dove incontriamo il seicentesco palazzo Firrao dei principi di Sant’Agata su progetto di Dionisio Lazzari rielaborato su un’iniziale idea del Fanzago. La ricca decorazione della facciata è caratterizzata in alto dai busti dei sovrani spagnoli inseriti in ricchi medaglioni con cartigli opera di Giulio Mencaglia e Bernardo Landini. Passato nel ‘700 alla ricca e potente famiglia dei Bisignano per il matrimonio di Livia Firrao con Tommaso Sanseverino, conobbe momenti di gloria fino alla fine del secolo XIX. Attraverso il decumano maggiore raggiungiamo rapidamente piazza S. Domenico Maggiore con palazzo Sangro di Sansevero eretto nel XVI secolo da Paolo di Sangro su disegno di Giovanni Merliano da Nola. Ristrutturato nel ‘600 da Bartolomeo Picchiatti conserva il maestoso portale in marmo e piperno opera di Vitale Finelli. Nel secolo XVIII , Raimondo de Sangro principe di Sansevero affidò il restauro degli appartamenti e della Cappella a Giovanni Maria Bibiena e a tali opere dedicò tutta la sua esistenza e il suo patrimonio, coltivando i suoi interessi scientifici con esperimenti di fisica e chimica elaborati negli scantinati del suo palazzo. Incrociamo via Mezzocannone dove ci sono gli edifici della Università Federico II che terminano nel blocco neobarocco all’angolo con il corso Umberto I. È sede del Rettorato, degli Organi di Governo e della Direzione dell’ateneo. Fu eretto tra il 1897 ed il 1908 su progetto degli architetti Pierpaolo Quaglia e Guglielmo Melisurgo. Continuando lungo il decumano inferiore incontriamo la caratteristica facciata di gusto medioevale con riquadri in pietra grigia e tufo giallo del quattrocentesco palazzo di Diomede Carafa di Maddaloni, opera di Aniello Fiore, con il portale rinascimentale in marmo bianco con una corona di foglie di alloro e nella fascia centrale della trabeazione i fregi con i simboli della famiglia tra cui la stadera che si ripetono anche sul bellissimo portone ligneo quattrocentesco. Nel cortile del palazzo è custodita la copia in terracotta della Testa di cavallo bronzea, parte di un monumento equestre che Donatello stava approntando per l’arco superiore del Castelnuovo per il re Alfonso V d’Aragona. La scultura rimase in loco fino al 1809, quando l’ultimo principe Carafa di Colubrano la donò al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Proseguendo lungo il decumano inferiore giungiamo a palazzo Marigliano o Di Capua in via S. Biagio dei librai costruito nel 1513 su commissione di Bartolomeo di Capua, Principe della Riccia e Conte di Altavilla; il progetto venne affidato a Giovanni Francesco Donadio detto il Mormando che realizzò un pregevole esempio di architettura rinascimentale napoletana. Ristrutturato nel 1745 ad opera di un altro Bartolomeo, dall’architetto Felice Bottigliero fu decorato nella volta del Salone da Francesco De Mura con una scena della battaglia di Velletri dove il nobile si distinse per valore e contribuì alla vittoria dei Borboni sugli Austriaci. Passato poi ai Sanseverino fu venduto a Francesco Saverio Marigliano duca di Monte. Percorrendo a ritroso il decumano giungiamo in piazza del Gesù e ci rechiamo verso il centro città attraverso via Monteoliveto dove si erge la mole rinascimentale di palazzo Orsini Gravina che dal 1936 è la sede centrale della Facoltà d’Architettura dell’Università degli Studi “Federico II”. Costruito nel 1513 da Ferdinando Orsini, duca di Gravina su progetto di Gabriele d’Agnolo, fu ristrutturato nel 1549 da Giovanni Francesco Di Palma che lo decorò introducendo nelle facciate interne elementi lapidei che rappresentavano i simboli di famiglia e cornici alle finestre ; nel 1672, il palazzo passò a Domenico Orsini, dopo la rinuncia del fratello papa Benedetto XIII Pietro Francesco Orsini . Successivamente, nel 1742, il cardinale Benedetto Orsini, affidò i restauri, all’architetto Mario Gioffredo che realizzò anche il pregevole portale d’ingresso; mentre, le sale furono affrescate da Francesco De Mura, Giuseppe Bonito e Fedele Fischetti. Proseguendo, all’incrocio di via Monteoliveto con via Diaz, sulla destra subito dopo la Questura c’è il palazzo della Casa del Mutilato in via Diaz, opera di Camillo Guerra. L’edificio, voluto dall’Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra, venne eretto tra il 1938 e il 1940 edinaugurato poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. L’atrio d’accesso è caratterizzato dallo scalone monumentale sormontato dalla statua della Vittoria. Ai lati dell’ingresso, posti a delimitazione del portale, ci sono due blocchi in piperno, scolpiti da Vico Consorti e Giuseppe Pellegrini con scene di genere militare. A breve distanza il palazzo San Giacomo progettato da Stefano Gasse del 1825, ci troviamo in piazza Municipio, nello scalone è collocato uno dei simboli della città di Napoli, l’opera in marmo della Marianna detta “ a capa e Napule” di origine greca un tempo nei pressi della chiesa di S. Giovanni a Mare. Completa l’asse voluto dal vicerè Pedro de Toledo il palazzo Reale opera di Domenico Fontana che dal 1920 nei saloni dell’ala aggiunta ai tempi di Ferdinando II dall’architetto Gaetano Genovese verso il Teatro San Carlo, già destinati alle feste, andarono ad ospitare la Biblioteca Vittorio Emanuele alla quale si accede dallo scalone laterale, detto appunto delle feste, nel giardino del Denhardt, a doppio rampante fiancheggiato da una balaustra di lance incrociate. I saloni decorati di stucchi dorati e affreschi, oggi sale di lettura, immettono nel giardino pensile e nella terrazza che guarda il golfo di Napoli. Dalla piazza Plebiscito imbocchiamo via Chiaja e dopo un breve tragitto siamo in piazza dei Martiri dove troviamo tre edifici che ne fanno da quinta. Di fronte compare la facciata monumentale del palazzo Calabritto. Il duca Vincenzo Tuttavilla, nel 1720, desiderando costruire per la sua famiglia una residenza, acquistò una estensione di terreno nei pressi della chiesa di Santa Maria della Vittoria. Il re Carlo III di Borbone, impensierito dalla maestosità della costruzione, volle acquistarla, ma non era sua intenzione completarla né utilizzarla. Pertanto nel 1754 Francesco, figlio del duca Vincenzo, riuscì a ricomprarla e la fece restaurare dall’architetto Luigi Vanvitelli, che realizzò il grande scalone e due ricchi portali monumentali. Sul lato sinistro della piazza abbiamo palazzo Nunziante. Appartenuto al marchese Nunziante, che lo fece realizzare da Errico Alvino, affaccia prevalentemente su via Morelli e la facciata ha un basamento in bugnato a due registri , con una parte mediana tripartita da ordini classici; nell’articolazione della facciata sono presenti anche due portoni d’ingresso. Il retro del palazzo prospetta su via Santa Maria a Cappella Vecchia, dove un tempo era il cortile dell’omonima chiesa. La cappella privata invece posta su via Morelli è caratterizzata dagli affreschi di Domenico Morelli e Paolo Vetri. Dal lato opposto il palazzo Partanna eretto nel XVIII secolo dall’architetto Mario Gioffredo a cui il duca di Paduli aveva affidato il compito di ingrandire e modificare un’abitazione acquistata fuori la “Porta di Chiaia”; fu ricostruito nel XIX secolo da Antonio Niccolini per Lucia Migliaccio, moglie morganatica di Ferdinando I di Borbone, già vedova del principe Benedetto Maria Grifeo di Partanna. Il portale è opera di Mario Gioffredo con firma sulla colonna sinistra. Fra le caratteristiche dell’interno le decorazioni neoclassiche. Da palazzo Partanna percorrendo via Calabritto troviamo ad angolo su piazza Vittoria il palazzo Satriano uno dei primi ad essere edificato nella zona. Venne realizzato per volontà del principe Ravaschieri di Satriano nel 1605, data incisa anche nella chiave di volta del portale d’ingresso. Il palazzo fu abitato dal principe di Cariati e nel 1675, vi abitò per oltre 15 giorni il vicerè don Ferdinando Gioacchino Faxardo, marchese de los Velez nel mentre si attendeva la dipartita dell’uscente vicerè marchese di Astorga . Nel palazzo soggiornò nel 1787 il Goethe che lo menziona nelle sue memorie, invitato a pranzo dalla moglie di Filippo Ravaschieri, principe di Satriano, Teresa Filangieri, sorella di Gaetano.La facciata è caratterizzata da timpani spezzati nei quali sono inseriti dei busti. All’interno dell’edificio, troviamo il cortile e la scala attribuiti a Ferdinando Sanfelice, mentre uno degli appartamenti del secondo piano venne decorato dall’architetto Gaetano Genovese, quando pervenne nel 1826 al signor Persico. Ritornati in piazza dei Martiri imbocchiamo via Filangieri caratterizzata dall’architettura Liberty di palazzo Mannajuolo. L’edificio fu realizzato da Giulio Ulisse Arata con la collaborazione dell’ingegnere Giuseppe Mannajuolo , proprietario del suolo edificato, utilizzando le più moderne tecniche di costruzione: il calcestruzzo armato. Il palazzo venne eretto tra il 1909 e il 1911. La struttura è influenzata dalle esperienze moderniste e ciò si manifesta nell’impostazione scenografica dell’edificio nella testata su via dei Mille. La composizione è caratterizzata dal gioco di pieni e vuoti e dalla presenza di grandi vetrate; nella parte centrale dell’edificio è alloggiata la bellissima e suggestiva scala principale ellissoidale, in marmo a sbalzo con balaustra in ferro battuto ed elementi floreali. Eccoci in piazza Amedeo a cui perveniamo dopo aver percorso via dei Mille e via Vittoria Colonna. Qui incombe la movimentata e ricca sagoma del palazzo dell’ex Grand Eden Hotel preceduta da un giardino esotico. L’edificio venne eretto tra il 1899 e il 1901 su progetto dell’architetto Angelo Trevisan (1849 - 1929) su commissione di Giulio Huraut. Il palazzo che faceva da sfondo a piazza Amedeo, andò a completare il sito nel quale erano già presenti villa Colonna Pignatelli (1878) e palazzo Balsorano. Nato come hotel, fu poi destinato a sede della scuola svizzera e successivamente ad abitazioni private. Questo edificio segno della Napoli della Belle Epoque meta di ricchi viaggiatori stranieri è oggi il segno con la sua decadenza e trasformazione in condominio del destino della città declassata da meta turistica a città problematica. Il nostro viaggio attraverso i palazzi della città si conclude con palazzo Sirignano il primo edificio ad essere eretto lungo la Riviera: fu fondato nel XVI secolo, dal marchese della Valle Mendoza don Ferdinando Alarçon, generale spagnolo al servizio di Carlo V; a quel periodo risale la torre di vedetta all’angolo orientale. Agli inizi del Settecento, il palazzo passò al principe Caracciolo di Torella e nel 1815 fu completamente rinnovato da Antonio Annito; nel 1838 fu acquistato dal Principe Leopoldo delle Due Sicilie, Conte di Siracusa. Questi commissionò all’architetto Fausto Niccolini (figlio di Antonio Niccolini) il riammodernamento del palazzo, destinato a diventare il luogo di ritrovo degli aristocratici napoletani di tendenze progressiste. Annessi alla proprietà vi erano allora circa quattordicimila metri quadrati di parco, all’interno del quale era stato costruito un piccolo teatro ove il conte di Siracusa organizzava recite e rappresentazioni. Dopo il 1860, l’edificio fu acquistato dal barone Luigi Compagna, che lo destinò a residenza di famiglia fino alla fine del XIX secolo, quando il figlio del barone Luigi, il senatore Francesco Compagna, lo alienò al principe Giuseppe Caravita di Sirignano, il quale lo trasformò su progetto dell’ingegnere Ettore Vitale. Dal 1937 il palazzo fu sede della compagnia di navigazione Tirrenia. Nel 2017 è stato acquistato dall’imprenditore napoletano Nunzio Colella e destinato a divenire albergo di lusso. Ciò conferma che forse sono maturi i tempi per far ritornare Napoli nell’elite internazionale del turismo.
 
Arch. Sergio Attanasio
Presidente Associazione Palazzi Napoletani
Presidente  Premio Internazionale Cosimo Fanzago

 
 

 
L’opera nell’opera
Senso, tempo e colore nell’opera di Nando Calabrese

 
Nando Calabrese presenta una ricerca molto interessante che sviluppa ed approfondisce molteplici aspetti dell’arte fotografica. L’artista, innanzitutto, opta per il bianco e nero, una scelta efficace che rafforza il senso e la comunicatività dell’immagine, rendendola evocativa e sottraendola ad una lettura eccessivamente realistica. Le forme delle magnifiche architetture di alcuni tra i più bei palazzi napoletani, emergono attraverso passaggi chiaroscurali negl’intensi toni del grigio, conferendo ai volumi maggiore purezza ed una manifesta e magica tridimensionalità. In questo modo, il ritmo e le ripetizioni presenti nelle architetture appaiono ben distinte, grazie alle diverse intensità di luce che partecipano, con ombre rese vive, al pari degli oggetti e delle componenti spaziali ritratte. La profondità risulta elemento narrativo essenziale nel taglio minimalista e sobrio scelto dall’artista, conferendo completezza e pienezza anche alle composizioni più ardue. Nando Calabrese osserva intenzionalmente la realtà con la volontà di selezionarne una porzione significativa capace di comunicare qualcosa in più, propone cioè, una visione ulteriore, inedita e profonda di ciò che lo circonda. Tale procedimento è, nuovamente, arricchito dalla scelta monocromatica, poiché la fotografia in bianco e nero si distanzia dalla realtà che, per sua natura, è a colori e l’immagine assume una connotazione astratta non documentaristica, lasciando spazio all’interpretazione, peculiarità dell’opera d’arte. Fotografare la bellezza e la potenza visiva di antichi palazzi presuppone non solo una capacità tecnica da parte dell’artista, ma anche e soprattutto un’acuta sensibilità e una buona conoscenza della storia dell’arte, caratteristiche che hanno trovato nella preziosa collaborazione di Sergio Attanasio un’eccellente sinergia. Nando Calabrese, in questo modo, coglie aspetti, scorci, prospettive singolari: l’inedito nel già visto, il nuovo nel classico.
L’architettura resta un insieme di segni organizzato e strutturato per comunicare, un codice ideato e definito, quindi la sua fotografia deve necessariamente essere consapevole del linguaggio e del messaggio costruttivo per poterlo, poi, tradurre in immagini secondo una doppia, articolata visione: quella originaria che non deve essere travisata, e quella del fotografo che la reinterpreta alla luce della sua emotività e del suo sentire. Il lavoro di Nando Calabrese diviene, dunque, di grande responsabilità, ogni scatto è diverso dal precedente e si complica di senso e significato, poiché in ogni spazio, villa, reggia, corte, è protagonista un artista contemporaneo con la sua opera. Nando Calabrese entra in simbiosi, in sintonia con l’operare di ognuno cercando e trovando un legame, un’interdipendenza, tra le opere e le architetture che le ospitano, arrivando ad un’accurata e precisa fusione. Il bianco e nero è, così, impreziosito da una stilla di colore che attira l’attenzione su quell’unico elemento: l’opera d’arte, il dipinto, la scultura, l’installazione. La reinterpretazione dell’opera nell’opera, che vide nell’ambito fotografico Philippe Halsman e Salvador Dalì protagonisti di memorabili collaborazioni o Holbein il Giovane stupire con il dipinto Ambasciatori, trova compiuta manifestazione nello studio di Calabrese. L’atmosfera rarefatta ed irreale emersa con i toni del grigio, è improvvisamente disattesa da accese cromie che hanno il pregio di unire il passato al presente, la staticità al movimento, poiché se con il bianco e nero l’artista confonde volutamente la connotazione temporale astraendo dall’epoca l’ambientazione, con il tocco sapiente del colore focalizzato sulle opere d’arte, riporta l’immagine finale
in una conscia contemporaneità accompagnata dal sorriso e, a volte, dal giubilo beffardo del suo autore.


Antonella Nigro Critico d’arte
 
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